Alla pandemia da Covid 19 ha fatto seguito la sindemia, un insieme crisi: sanitaria, economica, sociale, dell’ambiente e della pace. Sopravvissuti al trauma e alla morte sembrava fondamentale rilanciare il welfare pubblico universale e ripensare il “patto sociale” nel quale diritti sono reciprocamente assicurati mediante il prendersi cura di tutti i viventi e del pianeta.
Una grande rimozione di quanto è avvenuto ha riportato in primo piano modelli di vita e di relazione basati sull’individualismo, l’egoismo, il narcisismo, l’indifferenza e persino la psicopatia. Assistiamo attoniti a distruzione, guerre e morte.
Servizi sanitari, sociali, scolastici pubblici e universali che pure hanno retto di fronte al Covid rischiano di soccombere e con essi anche i valori della solidarietà, dell’uguaglianza e della democrazia.
Di fronte alla malattia e alla morte occorre riprendere la prospettiva di un destino comune mediante politiche di cura e contrastare abbandono, disuguaglianze, discriminazioni e la cultura dello scarto.
Questo non solo è necessario ma può consentire a ciascuno di stare meglio: prenderci cura degli altri come di noi stessi, del “noi” e non solo dell’ “io”, del pianeta come della nostra vita.
E’ sconcertante pensare che sono conseguenza di attività umane le guerre, le povertà, il degrado sociale e ambientale, le discriminazioni, le violenze, le ingiustizie, le violazioni dei diritti umani, l’abbandono, la disperazione, l’esclusione sociale, la solitudine…. Lo stesso per quanto attiene il cambiamento climatico, l’inquinamento ambientale.
Possiamo cambiare ed abbiamo il dovere di preservare la vita sulla Terra. Scomparsa l’atmosfera, il nostro pianeta diverrà come quelli vicini, privo di vita.
Siamo di passaggio, temporanei inquilini e dobbiamo curare le persone, i viventi, l’ambiente, l’atmosfera per lasciare il pianeta alle future generazioni.
Possiamo farlo testimoniando la nostra presenza nel mondo, in ogni ambiente, ogni giorno anche nelle piccole cose, una visione solidale e di pace. Ogni luogo e incontro può essere di cura e di ben-essere.
E’ il modo per dare senso profondo a questa esperienza unica e irripetibile che è la vita che è fatta di coesistenze con altri e l’ambiente.
Siamo anche noi parte del ciclo della natura e sappiamo come risanare tante ferite, guarire molte malattie, rigenerare relazioni. Ma grande, immenso è ancora il non sapere e il mistero rispetto al quale è necessaria l’umiltà, la cautela e la ricerca.
Investiamo, dunque, sulla cura e non nelle armi.
Pensiamo alla cura degli ammalati. L’esperienza della malattia, del dolore e della morte riguarda tutti. Per questo la salute è un diritto, un bene individuale relazionale, interesse della comunità.
La salute di tutte e di tutti.
A partire dalle giovani generazioni con una sanità ed una scuola di tutti e per tutti. La cura degli anziani e delle persone e famiglie in difficoltà promuovendo i Progetti di Vita pe rendere la casa come primo luogo di cura e di vita.
Prendiamoci cura delle donne vittime di tante violenze e discriminazioni, dei lavoratori e delle lavoratrici di fronte ai drammatici e inaccettabili incidenti sul lavoro, dei tanti innocenti vittime del traffico e della strada. La cura nei contesti sensibili, dove le persone sono private della libertà.
La cura della nostra economia, delle nostre città e quartieri, dei paesi, dei fiumi, del mare, delle montagne, delle pianure come beni comuni.
Pensiamo ai popoli senza pace, ai migranti, alle persone perseguitate dall’oppressione, dalla fame, povertà, miseria, dalle guerre e dalle catastrofi ambientali.
“I care”, diceva Don Lorenzo Milani: le tante forme del prenderci cura, genitoriale, educativo, sociale e sanitario si potenziano reciprocamente come in un grande abbraccio collettivo.
Servono più risorse pubbliche da destinare alla cura. Servono soprattutto le persone, l’ineguagliabile valore del dono. Ridiamo alla sofferenza individuale una valenza pubblica e pertanto diamo il giusto valore pubblico a tutti i lavori di cura e al rispetto delle diversità nel genere e nelle abilità.
Abbiamo fatto progressi enormi, scoperte in ogni campo del sapere e della medicina. L’utopia è solo qualcosa che ancora non c’è.
Ridiamo valore alle parole che curano. Sosteniamo e rispettiamo i professionisti: la gratitudine fa bene. Ospedali e servizi sicuri, funzionali, belli e curati da tutti.
Valorizziamo le esperienze che si stanno facendo nel volontariato, nel sociale, nelle imprese, nelle nostre scuole e università: il welfare è culturale e partecipato.
Ascoltiamo i giovani.
Costruiamo tutti insieme le città della cura. La cura cambia le cose. E’ bella, concreta, immediata e procura gioia e pace, speranza e futuro.